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Pubblicato in: November reading, Romanzi brevi

Il Salpetriere apre le porte per il ballo delle pazze

Creep, Radiohead

fileBuonasera readers,

mai lettura per il weekend è stata più azzeccata, la lettura mi è letteralmente scivolata fra le mani come se osservassi una rappresentazione cinematografica.

Si tratta di un romanzo in costume ambientato nella Parigi di fine Ottocento.

Il libro ha inizio in medias res il 3 marzo del 1885. La storia copre un periodo che va dal 20 febbraio 1885 al 18 marzo 1885 con al più l’epilogo datato primo marzo 1890. Interessante scelta, e totalmente approvata, quella di titolare i capitoli con la data, in modo da orientare più facilmente il lettore. Lo schema di suddivisione della narrazione mi ha ricordato molto quello dei film quando appare in basso nell’inquadratura il periodo a cui ci si riferisce in quell’esatto momento la trama dello sceneggiato. Incontriamo nei primi due capitoli i due personaggi che assolvono la funzione di estremi, sono infatti due figure esattamente agli antipodi, in principio alla narrazione, ma, per certi versi, destinate a legarsi l’una all’altra. Eugenie, apparentemente la protagonista del romanzo, è una ragazza di diciannove anni con uno straordinario dono, quello di poter vedere e parlare con i defunti. Genevieve, d’altro canto è ‘l’anziana infermiera dell’ospedale psichiatrico di Salpetriere, votata al lavoro e alla scienza, non lascia posto nella sua vita per altro se non il reparto dove lavora, la ricerca medica a cui sente di contribuire e le lettere che scrive e conserva per la sorella deceduta ormai da anni.

Eugenie, d’altro canto, è una ragazza di buona famiglia, incapace di ritrovarsi nello schema della donna borghese che deve essere votata al matrimonio e alle frivolezze.

La domanda che mi ha spinta a divorare il romanzo è: come possono incontrarsi questi due mondi?

A lettura conclusa mi sento di rispondere: con una vera e propria collisione!

Il mondo aristocratico, privilegiato, ammantato del velluto della ricchezza di Eugenie si schianta improvvisamente sull’ospedale di Salpetriere dove viene ricoverata dopo essere stata tradita dal suo stesso sangue. Il mondo razionale, chiuso e monotono di Genevieve,  a tutti gli effetti la vera protagonista del romanzo, invece è destinato ad aprirsi verso orizzonti mai esplorati.

Così, mentre Genevieve ritrova la fede e sé stessa ed Eugenie la amata libertà, ci ritroviamo trascinati dalle danze sfrenate del ballo delle pazze e ci chiediamo se davvero siamo gli spettatori o se siamo anche noi un po’ alienate. Se la normalità ci appartiene o forse siamo più vicini alla pazzia. E così indossiamo la maschera e diventiamo Luise la ragazzina stuprata che soffre di attacchi di epilessia, l’anziana Therese, una puttana salvata dalla strada che cuce scialli tutto il giorno e le donne, tutte le donne, che un verso o per l’altro non rientravano negli schemi di una società patriarcale e maschilista e che per questo ne sono state fatte fuori, facendole sparire dietro una porta, come si fa con ciò che ci è più scomodo. Diventiamo parte di una famiglia, decisamente insolita, ma sicuramente sincera, un po’ come la nostra Genevieve che alla fine diventa anche lei, una volta libera, un’alienata.

Il tema centrale è quello delle donne scomode, donne agitate, donne distrutte e mai aggiustate.

Il mondo di un ospedale psichiatrico apre le porte spalancandosi al mondo con una trama scorrevole e semplice, priva di ornamenti lessicali o stilistici. Una traduzione decisamente riuscita e una scrittrice, la Mas, diversa dalle altre scrittrici, capace di mettere in scena un vero e proprio film.

Mi è sembrato di vorticare con i personaggi fino all’ultima parola.

Se lo rileggerei? Assolutamente e totalmente sì.

Questo mi rende po’ alienata?35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2

La Bibliotecaria

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Pubblicato in: classici, Classici moderni

Vedi sono i fuochi dell’autunno

Autumn Town Leaves di Iron & Wine

35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2Buongiorno readers,

in questo lunedì freddo e piovoso mentre sorseggio un thè alla cannella, dedico alcuni minuti a parlarvi del romanzo che è stata la mia lettura per la settimana, “I fuochi dell’autunno” di Irene Némirovsky, che mi ha lasciato un vuoto allo stomaco e un tarlo in testa. Chiudendo il volume, a lettura conclusa mentre la voce dell’ultima frase mi risuonava ancora nella mente, mi sono resa conto che l’autrice non ha mai saputo come la Seconda guerra mondiale sia finita.

Spendo, quindi, due parole per parlarvi della Némirovsky per chi eventualmente non la conoscesse. Classe 1903, nata a Kiev da una famiglia di banchieri benestanti e di origine ebraica, visse a Parigi e fu quindi francese di adozione. All’età di diciannove anni pubblica il suo primo romanzo ed è una scrittrice molto prolissa fino a che l’avvento del nazismo e le leggi razziali la obbligano a pubblicare sotto pseudonomico. Si converte al cattolicesimo nel 1939. Questa sua conversione sembra essere nulla agli occhi dei Tedeschi che la arrestano nel 1942 e la deportano nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui muore nell’agosto del 1943, all’età di soli trentanove anni, lasciando orfane e depositarie della valigia carica dei suoi manoscritti le sue due figlie.

I fuochi dell’autunno sono un romanzo che si articola in tre fasi ben delineate: 1912-1918, 1920-1936 e 1936-1941. Un arco di tempo limitato lungo appena un trentennio, ma carico di eventi nefasti. La storia segue la vicenda di due famiglie, i Brun composta dal vedovo Adolphe, la figlioletta Therese e la suocera del signor Brun, la signora Pain, i Jacquelain il marito ipocondrico, la moglie asfissiante e il figlio dei due Bernard, un ragazzino effervescente e pronto a conquistare il suo posto nel mondo . Attorno ruotano altre figure come Martial Brun nipote di Adolphe e brillante studente di medicina che sogna di poter diventare a tutti gli effetti un medico, Raymond Detang, spregevole arrampicatore sociale e la vedova Humbert e figlia quindicenne di quest’ultima Reneè.

Ho seguito con apprensione l’evolversi della narrazione affezionandomi ai personaggi e alla figura di Therese che da timida quindicenne promessa sposa al cugino Martial, più grande e per cui non prova che affetto fraterno, passa ad essere una vedova compita fino all’amore per Bernard Jacquelain che divampa come un fuoco, la consuma e le regala tre figli. Le guerre sono i due fuochi che scandiscono tutta la narrazione, cambiando il corso di quella che doveva essere la storia di un uomo, stravolgendola, rendendola altro e mentirei se non dicessi di aver atteso con le lacrime agli occhi che Bernard tornasse dal campo di prigionia.

La Némirovsky crea personaggi che fanno da sfondo corale alla narrazione rimanendo fedeli a se stessi fino all’ultima battuta che l’autrice regala loro, e crea dei piccoli diamanti preziosi che sono i personaggi che si evolvono e mutano e fanno progredire la storia. Mi riferisco in questo caso a Therese e Bernard, all’amicizia che li lega fino a trasformarsi in amore, in usura dell’anima ed infine in riconoscimento l’uno negli occhi dell’altra.

Concludo con una frase tratta dal romanzo:

“Vedi” le diceva “sono i fuochi dell’autunno. Purificano la terra, e la preparano per delle nuove sementi35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2

La vostra Bibliotecaria

Pubblicato in: November reading, Romanzo breve

Mi sono adagiata e ho dormito

Madaline  Miller

Galatea

Sonzogno, 2021

Autumn Walk, Brad Jacobsen

35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2Buongiorno readers, 

la mia lettura di Galatea è il frutto del passaparola di un’amica, che estasiata me lo ha consigliato. Conoscevo già la Miller nella sua “La canzone di Achille”, emozionante e travolgente e nella “Circe”, la maga dell’Odissea di cui l’autrice ci regala un ritratto struggente. Ma Galatea… Galatea è sicuramente tutta un’altra storia…

Se posso permettermi, è un’esperienza che trascende il semplice romanzo. Nella sua brevità non risulta scontato, anzi ti scorre sotto le dita, incredibilmente semplice e profondo. Rimani estasiato nel ricercare tracce della storia che hai appena letto nelle raffigurazioni che riempiono la pagina. Le immagini sono sapientemente costruite, accostando magistralmente tonalità scure e chiare, suggerendo la dicotomia, il profondo dissidio che regna sovrano, come una nube, sull’intero racconto. Galatea è infatti la rilettura in chiave moderna del mito di una donna che donna non era nata, che donna era diventata per soddisfare i desideri di un uomo mortale, che non l’ha saputa amare perché incapace di amare. Pigmalione, infatti, non l’ha mai amata come si ama un essere vivo e senziente, ma piuttosto come si ama un oggetto, possedendo tutto di lei, lasciandola senza voce, vittima di un teatrino ripetuto in continuazione, strappata da ogni cosa che lei possa sentire come sua, privata della sua identità. 

Lei ha memoria del suo essere di pietra, del suo essere statua. D’altronde è nata solo undici anni prima dei fatti narrati, come capriccio di una dea che ha voluto soddisfare un uomo mortale. Galatea non conosce in principio che l’amore perverso di Pigmalione, che la sfrutta, la stupra. Poi da alla luce Pafo, la sua stella, il suo amore, la bambina che portava in grembo dal suo primo respiro e la sua voce inizia ad alzarsi piano piano. Galatea è disposta a tutto per Pafo ed è così che conosce l’amore, quello puro, quello vero, quello incondizionato, quello che sottintende, in ogni gesto e in ogni parola, “il per sempre” delle fiabe. 

La narrazione inizia in medias res. Galatea è imprigionata in una clinica, un prigione sotto mentite spoglie a picco sul mare, la sua finestra è troppo stretta e alta e lei è costantemente sedata. Forse è per questo che il medico e le infermiere, nonostante la montagna d’oro di cui li sommerge Pigmalione, abbassano la guardia. Così Galatea, scappa e corre, corre per riuscire a salvare il suo amore, corre tessendo un inganno al marito. Questi, accecato dalla bramosia di poterla controllare, la rincorre, la ghermisce, cerca di riportarla a sé ma Galatea, esprime il suo ultimo desiderio, si avviluppa a lui e torna ad essere fredda pietra trascinandolo nel silenzio degli abissi. 

Così la Dea rimedia al torto fatto undici anni prima, così Galatea dà la sua stessa vita per salvare quella della figlia, così l’equilibrio viene ristabilito.

Con i brividi per la forza con cui il messaggio mi raggiunge mi rendo conto di come sia attuale il racconto della Miller, di come ancora il mito greco possa descrivere certe situazioni forse in modo ancora più efficace, che i mille orpelli, i giochi stilistici o gli esercizi di retorica. 

Concludo con le stesse parole del libro perché nulla è più incisivo e silenzioso di queste parole:

Siamo precipitati nell’oscurità, e il freddo mi è corso su per il collo sbiadendomi le labbra e le guance.

Ho pensato a Pafo, a quanto fosse intelligente.

Siamo piombati giù tra le correnti, e allora ho pensato ai granchi che sarebbero arrivati, attratti da lui, arrampicandosi sulle mie spalle esangui.

Il fondo dell’oceano era sabbioso e morbido come un cuscino.

Mi sono adagiata ed ho dormito”

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Pubblicato in: November reading, Romanzo

Dentro la casa sul mare celeste, si può scegliere la vita che si vuole.

La casa sul mare celeste (The House in the Cerulean Sea)

TJ Klune

2021, Oscar Mondadori

Soundtrack: Autumn Leaves di Ed Sheeran

35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2Buonasera readers, 

lo ammetto, sto piangendo. Era molto tempo che non mi capitava un romanzo come “la casa sul mare celeste“, forse persino troppo tempo. Alcuni romanzi hanno questo “dono” particolare, il dono di poter parlare all’anima del lettore, di carpirla e in una certa misura anche di cambiarla. Ho affrontato il romanzo spinta dalla copertina che mi ha quasi chiamato a sé in libreria, conservando comunque un certo timore che fosse un romanzo per bambini. Timore confermato e smentito allo stesso tempo.

La storia infatti si dipana come una fiaba, molto scorrevole e semplice nel linguaggio e nello stile. Linus Baker è un assistente sociale del DIMAM (Dipartimento di Magia Minorile) sulla quarantina, grassottello che conduce un’esistenza grigia come una giornata di pioggia. Condivide una casetta al numero 86 di Hermes Way con una gatta di nome Calliope che sembra non sopportarlo molto ma che si ostina a dividere con lui il domicilio. Il suo posto di lavoro è come una catena di montaggio, nessun oggetto personale può essere esposto e le scrivanie sono tutte vicine e costantemente tenute sott’occhio dall’arcigna Signorina Jenkins e dal suo “cane da guardia” Gunther. Linus fa lo stesso lavoro da più di una quindicina di anni e sa di essere bravo nel svolgere le sue mansioni, in primo luogo perché ha la piena consapevolezza di rispettare il MANUALE DELLE NORME E DEI REGOLAMENTI. Ma cosa succede se improvvisamente la sua routine viene spazzata via? Linus viene inviato a Marsyas, un’isola remota, dove dovrà valutare le condizioni dell’orfanotrofio per un mese intero. Come potrà sopravvivere alle sei creature minorenni, ad uno spirito dell’isola non proprio convenzionale e ad un misterioso direttore?

La trama ti scorre sotto gli occhi, toccando in modo lieve e profondo le tematiche di base del libro: il pregiudizio, la paura del diverso, la solitudine, la denuncia dei maltrattamenti. L’autore crea personaggi profondi celandoli sotto le spoglie di semplici bambini, e così li conosciamo e li amiamo, come impara a fare anche Linus. La dolcezza e l’amore sono il filo conduttore di questa storia e io mi sono ripromessa di proporlo ad ogni bambino/a, ragazzo/a, adulto/a che riuscirò a raggiungere perché in fondo credo in quello che l’autore scrive e fa pronunciare a Talia, una gnometta di appena duecento anni con la passione per il giardinaggio, “per cambiare la mentalità delle masse, bisogna cominciare cambiando la mentalità dei singoli“. 

Quale migliore metafora che dividere il mondo in persone con magia e senza magia, e quale piacere nel vedere quel mondo disintegrarsi piano piano fino a comprendere che, smettere di vedere la diversità, è il primo passo. Quale sussulto al cuore leggere una storia che trasuda del sentimento più puro al mondo, quello dell’amore e della protezione. 

Concludo con la citazione dal libro:

Io non… non so cosa fare. Non so cosa dire. Non credo che bastino le parole a cambiare i cuori e i cervelli della gente, di certo non le mie. Avete paura di ciò che non capite. Ci vedete come il caos che invade il mondo ordinato che vi è famigliare. E da parte mia, io non ho fatto molto per combattere questo pregiudizio, dato l’isolamento in cui ho tenuto i bambini. Forse se avessi… Scosse il capo. Facciamo degli errori. Costantemente. è ciò che ci rende umani, anche se tutti diversi gli uni dagli altri […]Vi chiedo solo di ascoltare, invece di giudicare ciò che non capite.”

Nella casa sul mare celeste ci sono entrata anche io, forse come lo stesso Linus, come un’osservatrice esterna, e lì ho lasciato un pezzettino di cuore, perché la casa sul mare celeste è come la nostra casa, dove possiamo scegliere la nostra vita, ma soprattutto lasciare che la nostra vita ci scelga. Abbiamo tutti un tesoro che teniamo nascosto, per proteggerlo, esattamente come Theodore, una piccola viverna che lo cela sotto un divano, e “sono piccole cose. Piccoli tesori di cui abbiamo dimenticato l’origine e che tornano a galla quando meno ce l’aspettiamo“. 

Per quanto mi riguarda iniziare questa avventura, condividere con voi la mia passione è il mio modo per far venire a galla il mio piccolo tesoro, il mio sogno di vivere e di scrivere di libri. Fatelo anche voi, trovo che faccia molto bene all’anima e al cuore. Siate tutti dei Linus. Fate scoppiare la bolla della vostra quotidianità e scoprite che cosa si nasconde appena oltre il suo velo. 

P.S. ho deciso di inserire all’inizio di ogni articolo il titolo di una canzone che mi ha accompagnato nella lettura del libro. Ecco svelato un secondo mio tesoro, l’amore per la musica! 

Sinceramente commossa35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2 

La vostra Bibliotecaria

Pubblicato in: romanzo

Nolite te bastardes carborundorum

Margaret Atwood
Il racconto dell’ancella
1987
 
 
35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2Buongiorno readers!
 
D’obbligo abbassare il capo in segno di rispetto o mettersi alla prova con una riverenza di quelle da sfiorare il pavimento con la fronte.
 
Un capolavoro!
 
Se ancora non siete in possesso del libro in oggetto mettete in stand-by l’articolo e correte in libreria a comprarlo. Correte si intende anche in senso figurato, potete benissimo smanettare sull’e-reader per acquistarlo. L’importante è la rapidità nell’averlo fra le mani.
Si deve chiamare romanzo, perché è un testo narrativo straripato come invenzione dalla mente della Atwood, ma si può benissimo chiamare romanzo rivelatore.
Con questo non voglio indorarvi la pillola. Ogni singola parola è cruda, se non nel mero significato della stessa, almeno nel contesto della sola frase. Potrei adesso cadere nel retorico e non me ne vogliate per questo, ma è deformazione professionale: è entusiasmante, agghiacciante, veritiero, crudo, semplice e complesso, satirico ma purtroppo estremamente attuale.
Il concetto di base è di per sé la cosa più disgustosa che un essere umano possa fare: privare una donna del controllo del proprio corpo.
 
In breve: scritto nel 1987 è ambientato in un presente distopico. Il mondo  è vittima di un disastro atomico e gli Stati Uniti, sin dalla fine del ‘700 il paese delle libertà, sono adesso uno Stato totalitario e patriarcale con un rigido sistema di caste.
Gilead, come ora viene chiamato, è uno stato fondato sulla religione. La società del nuovo ordine è basata su figure ben delineate. Un vertice tutto al maschile con i Generali,  affiancati dalle loro sterili Mogli, vestite di blu e che di fatto sono semplicemente arcigne padrone in casa, dove impartiscono ordini alle  Marte, donne che si dedicano alla cura della casa. E poi ammantate di rosso cremisi, silenziose occupanti delle case più ricche del nuovo stato, odiate e strumentalizzate dalle mogli per la loro fecondità, costantemente redarguite dalle acerrime Zie, ci sono le Ancelle.
Le Ancelle non possiedono più nulla né il controllo del loro corpo, né un nome proprio. Si muovono sempre in gruppo di due, non possono incrociare lo sguardo di nessuno ma devono celarsi con un cappuccio, rimangono nella casa del generale di cui diventano a tutti gli effetti proprietà. Una proprietà che supera quella fisica fino a diventare anche identitaria, il loro nome infatti non è altro che un appellativo composto dal prefisso “di” e il nome dell’uomo con cui devo giacere, una volta al mese, in una cerimonia che richiama le parole della Bibbia, ma in un modo barbaro e distorto. 
 
La protagonista è DiFred, un tempo si chiamava June, aveva una bambina e un marito Luke. Lei si ricorda, ma non vuole ricordare. Non può ricordare che la sua vita fosse diversa. Non può ricordare di quando poteva fare joggings, di quando poteva andare a lavoro, di quando poteva decidere di chi innamorarsi. Pena la perdita della ragione e la morte appesa per il collo in pubblica piazza presso il Muro.
 
E’ una storia di sofferenza, di disperazione, di calma celata, di mille interrogativi e di una finzione che ti obbliga a vivere come se il mondo fosse sempre stato sottosopra, e far finta che rimanga così che questo sia il nuovo status quo sempre temendo che piano piano la memoria di quello che è stato svanisca come è svanito il concetto dell’essere donna, così dall’oggi al domani.
 
Ma è anche una storia di ribellione soffusa e silenziosa fra le cappe rosse sollevate e di un Mayday sussurrato che ci fa chiedere: e se succedesse a noi? Se il mondo improvvisamente mutasse, le regole diventassero ferree, degli obblighi e non delle indicazioni come dovrebbero essere. Se l’essere umano perdesse anche la possibilità di controllare il proprio corpo per salvarsi. Se il mondo diventasse il romanzo della Atwood o una sua immagine leggermente diversificata da che parte staremmo? Sussurreremmo il mayday? Proveremmo a fuggire? Combatteremmo a viso aperto? Oppure ci adatteremmo per vivere quella parvenza di vita con il rischio di svegliarsi una mattina con la gola stretta, in un bagno di sudore, lo stomaco attorcigliato e quel e se… piazzato lì come condanna?
 
Ho amato la scrittura della Atwood, ho amato il suo simbolismo, ogni personaggio, ogni salto nel passato ed ovviamente nella Wish List ho tutti i suoi libri compreso il seguito uscito nel 2019 “I testamenti”. 
 
Avete già letto qualcosa della Atwood?
 
Avete visto la serie tv? Trovo che sia molto bella anche quella, e anche molto fedele al romanzo.
 
Curiosità: il titolo dell’articolo è una frase che DiFred scopre nella camera che occupa, una frase in latino che l’avvicina come non mai all’ancella che l’ha preceduta. 
 
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La bibliotecaria

Pubblicato in: classici

“He’s more myself than I am. Whatever our souls are made, mine and his are the same”

Cime Tempestose

Emily Bronte

1847

C’è una dichiarazione d’amore più bella di questa?

Posso farvi ricredere?

Immaginatevi l’odore di legna bruciata e la cenere che sporca il pavimento di pietra davanti al focolare. La tenue luce del camino nel buio di notti dove non esisteva l’elettricità a dissipare le tenebre. Sentite il calore delle fiamme sul volto, mentre fuori il vento spira fra le tamerici della brughiera. In silenzio ascoltate una ragazza che si confida alla sua nutrice e le fa la dichiarazione d’amore che per un secolo è rimasta di innovativa bellezza: qualsiasi cosa siano fatte le anime, la mia e la sua sono della stessa materia.

E’ Catherine a parlare, rivolgendosi a Nelly.

Catherine è un personaggio contrastante che alle volte, durante la lettura, mi ha suscitatoun sentimento di rabbia per i suoi comportamenti infantili e per i suoi ragionamenti che possono essere fraintesi come spinti da una logica del “matrimonio rispettabile economicamente”. Non si può certo dire che questo sentimento non sia ragionevole ai nostri occhi moderni, ma è proprio questa la possibilità di imporre cuore su mente che manca “socialmente” alla protagonista femminile. Perché Catherine nasce nella seconda metà del 1700 e non nella seconda metà del 1900, nasce in un’epoca dove dalle convenzioni sociali non ci si può liberare.

Quindi ora vi chiedo di fare tabula rasa e domando se c’è un personaggio più affascinantedi una donna che si dichiara nell’ombra di un focolare, non accumunando il proprio amore e se stessa tramite il ceto sociale, la forma fisica o l’intelligenza, ma richiamando laparte più profonda di un essere umano, talmente profonda da essere impalpabile, da essere il motore degli istinti più profondi?

Emily Bronte, che tutti descrivono come una donna quieta e riservata ha creato personaggi che non solo vivono le proprie emozioni, ma a tratti ne sono la rappresentazioni esteriore come una maschera teatrale che deve portare all’eccesso il proprio carattere per essere compresa appieno. E’ così che dal suo calamaio, in uno stile sorprendentemente scorrevole e moderno, nasce Heathcliff, iracondo, furioso, vendicativo, un personaggio a tinte fosche che immagino come un albero solitario su di una collina una notte di tempesta, ma anche Linton il sole caldo della sicurezza, buono e allegro. Così che si dipana come un racconto che richiama in alcuni tratti anche del gotico, attraverso gli anni, le sofferenze, gli abbandoni, i tradimenti, l’amore cieco e quello sicuro, fino ad approdare su di una collina dove: “… sotto quel cielo benigno; guardai le falene svolazzare tra l’erica e le campanule, ascoltai il lieve sospiro del vento tra l’erba, e mi stupì che si potesse immaginare un sonno meno tranquillo per quelli che dormivano in quella terra di pace.”

Avete già avuto modo di leggerlo? Lo leggereste? Vi piacciono i classici?

P.S. esistono anche adattamenti cinematografici molto belli per chi fosse interessato. 

L’edizione nella fotografia sopra è di RBA Storie Senza Tempo 2021.

Alla prossima
La Bibliotecaria
 
 
 
 
 
Pubblicato in: Romanzo onirico

Il circo arriva inaspettato

Il circo della notte
Erin Morgestern
Fazi Editore, 2021
35f848_9da1e92b8bbc4af285f32b876b5d4b5d~mv2Buongiorno readers!
Voglio essere assolutamente e totalmente sincera. Ho iniziato questo libro e l’ho divorato per i successivi due giorni. Wow! Rimango ancora sorpresa, dopo tanti anni da lettrice accanita, dello straordinario talento di alcuni autori. Talento o qualcuno mi suggerirebbe magia. Eh già perché è incredibile il potere che riescono ad esercitare su noi, poveri lettori, che ci struggiamo mangiucchiandoci le unghie mentre facciamo scorrere gli occhi lungo le pagine o lo schermo dell’e-reader. Alcuni scrittori hanno la capacità di rapirti e di portarti in un altro luogo e in un’altra epoca ed è sensazionale poter essere spettatori del lavoro della loro immaginazione.
E così Erin Morgestern mi ha letteralmente “rapita” e trascinata su e giù in continui flashback lungo un arco temporale che grossomodo spazia dal 1873 al 1902. Mi ha fatto assaporare la fuligginosa Londra vittoriana, l’aristocratica Vienna di fine secolo, la crescente e sempre più attiva New York, il tutto passando per Concord, Massachusetts e infine Monaco. Ho atteso come gli abitanti delle città che il circo apparisse ai limitare della zona abitata o in mezzo alla campagna, con i suoi tendaggi bianchi e neri. Mi sono messa in coda trepidante sotto l’enorme Wunschtraum, l’orologio che con il suo ticchettio piano piano si trasforma raccontandoci storie fantastiche mentre scandisce le ore. Sbigottita ho seguito i protagonisti all’interno del circo per assistere alle esibizioni saltando proprio come uno spettatore da un padiglione all’altro e sperando che la notte non finisse mai. Ho partecipato a fantomatiche Cene di Mezzanotte, frequentato il laboratorio di un eccentrico orologiaio capace di fare magie.
Sopra ogni cosa mi sono innamorata di Celia e Marco e del loro amore, dove mi sembrava di percepire una vaga correlazione con la tragedia shakespiriana. Sono, i due protagonisti, quasi due novelli Romeo e Giulietta che abbandonano la Verona del ‘400 per calarsi in livree e abiti da sera, uniti ma costantemente separati da un’orrenda sfida, in un gioco dove sono solo marionette e il circo non è altro che il terreno della loro battaglia.
La trama è scorrevole, ben costruita, bilanciata, anche se ho avuto la sensazione che sul finale l’autrice volesse accelerare la narrazione, perdendo solo un pizzico della magia creata precedentemente. Quello che mi ha rapita, però, è stata l’atmosfera che la Morgenstern crea in modo davvero sapiente. Se devo essere sincera mi ha ricordato un cartone animato che guardavo da bambina “Il castello errante di Howl” sopratutto per la somiglianza fra il personaggio di Celia e quello del signor Howl che si fanno carico del peso della loro casa e le garantiscono di errare in tutto il mondo, fino a quando le loro forze lo permettono e poi si abbandonano in eterno.
Se non avete ancora letto il libro vi consiglio assolutamente di leggerlo, se siete curiosi potete anche di guardare il cartone animato e magari farmi sapere se avete anche voi assaporato un po’ della somiglianza che mi è sembrato di percepire.
P.S ovviamente in dipendenza dalla penna della Morgenstern ho già comprato il suo secondo libro”Il mare senza stelle” che sarà oggetto del Month Reading per Dicembre.
A bientôt
La bibliotecaria